Le
News sulle DIPENDENZE
aggiornate al 04 Giugno 2010
I
testi delle Dipendenze Varie NEWS
*Tutte le news hanno solo scopo
informativo e non dipendono da L'Arca Teen
Challenge.
tratto
dal sito: Canali.kataweb.it
E' una vera e propria malattia che colpisce un
terzo dei giovani che ricorre all'abbronzatura artificiale. Una
dipendenza come droga e alcol. Non solo, sembra che gli appassionati
delle lampade siano anche più inclini a soffrire di ansia. Gli effetti
della tanoressia in uno studio americano
Non è come sdraiarsi su un
lettino in riva al mare, ma per alcuni ha lo stesso effetto. Gli
appassionati di lampade abbronzanti sanno che quei 15-20 minuti possono
diventare una passione a cui non si può rinunciare. Tanto che, secondo
una ricerca pubblicata su Archives
of Dermatology, un terzo dei giovani che si dedica al
trattamento rischia di sviluppare una dipendenza, pari a quella che
genera la droga e l’alcol. Non solo, sembra che gli appassionati di
lettini abbronzanti siano anche più inclini a soffrire di ansia.
“Non è la prima volta che la ricerca scientifica analizza il
rapporto tra lettini e dipendenza” spiega la professoressa Marcella
Ribuffo, dirigente medico dermatologico dell’Istituto dermopatico
dell’Immacolata (Idi) di Roma. “Tanto che oggi si parla di tanoressia,
una vera e propria compulsione ad esporsi esageratamente ai raggi
solari. Il comportamento è pari a quello che l’anoressico ha nei
confronti del cibo. Questo infatti non si vede mai abbastanza magro, e
allo stesso modo il tanoressico ritiene di non essere mai
sufficientemente abbronzato, suggestione che può portare il soggetto ad
una forma di dipendenza dall’abbronzatura”. Si stima che questa
dipendenza, continua l’esperta, colpisca soprattutto i giovani che,
insicuri del proprio aspetto, pensano di sentirsi più forti del proprio
aspetto se superabbronzati.
Questa volta a indagare il rapporto tra abbronzatura indoor e
dipendenza è un’equipe del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New
York che ha monitorato 421 studenti di college, 229 dei quali
ricorrevano con regolarità ai lettini, con una media di due volte al
mese. Tra questi, circa il 30-39% è risultato ‘dipendente’ dalla
tintarella. In altre parole, non riusciva più a vedersi senza un po’ di
colore addosso, e provava senso di colpa ogni volta che si sottoponeva a
una seduta abbronzante, e avrebbe voluto ridurre l’uso. “I risultati –
si legge nello studio – sono da prendere in considerazione anche per
provare a ridurre il rischio di cancro della pelle. Bisognerebbe
affrontare la dipendenza da ‘lampade’ come quella di droghe e altro,
riducendo così i rischi che derivano dal rapporto tra l’abitudine
all’abbronzatura e la dipendenza”.
Un obiettivo importante se si considera che i lettini solari fanno
male proprio ai più giovani. Prima dei 35 anni infatti, stando a uno
studio condotto dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro
(IARC) e pubblicata sull’International Journal of Cancer, l’esposizione
alle lampade abbronzanti aumenta del 75% il rischio di sviluppare un
melanoma, il tumore maligno della pelle. Basti pensare che solo in
Italia la stima dei melanomi, e dei decessi ad essi attribuiti, si
aggira attorno a 7.000 casi l’anno.
“Se l’esposizione è elevata, ad esempio a causa dell’eccessiva
durata dei trattamenti, sulla pelle e sugli occhi non protetti si
possono manifestare quali l’arrossamento della pelle (eritema) e
l’infiammazione della cornea e della congiuntiva. Oggi osserviamo
giovani che hanno la pelle di sessantenni – conclude la Ribuffo – perché
accumulano ustioni in età giovane”. Ma il conto si paga sempre entro
10-15 anni.
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tratto
dal sito: Repubblica.it
SIAMO dipendenti. E' successo un tasto per volta e in meno di vent'anni.
Prendiamone atto e dividiamoci in gruppi. Chi usa il T9, chi preferisce il
vecchio metodo di spingere i tasti a ripetizione fino a ottenere il senso
compiuto della frase. Oggi, il fenomeno degli sms ci ha preso la mano e sta
assumendo proporzioni preoccupanti. Secondo uno studio del Pew Research Center,
effettuato in collaborazione con l'Università del Michigan, uno su tre ragazzi
tra i 12 e i 17 anni invia circa 100 messaggi al giorno. I teenager americani
sostengono di non conoscere più nessun loro coetano senza cellulare, quattro su
cinque ammettono di dormire col telefonino accanto al letto, acceso. Numerose
scuole, sia negli Stati Uniti che in Europa, vietano l'uso dei telefonini
durante le ore di lezione ma il pranzo è "cell free", e gli studenti tornano
liberi di ritrovare il campo. Le percentuali cambiano con l'età. Gli adulti si
limitano a 10 messaggi al giorno ma le ragazzine dai 14 ai 17 ne riescono a
mandare fino a 3mila al mese. Annie Levitz, 16 anni, intervistata, ha confessato
di mandarne circa 4mila al mese. "Ho cominciato a perdere il senso tattile nelle
dita e continuavano a cadermi piatti e altre cose in continuazione", ha
spiegato. Ora ha la sindrome del tunnel carpale e deve essere
operata.
"Messaggiare" dà dipendenza. Il "Global Messaging Survey" della
Nokia (2002) è stato confermato da diversi altri studi, come quello
dell'Università Cattolica di Leuven in Belgio (2004) e quello dell'Università
del Queensland, in Australia. Oltre a mandare messaggi anche riceverli può
diventare una droga: il bisogno di restare connessi 24 ore su 24 è chiamato
"reachability", raggiungibilità. Secondo il professor Mike Stryer molti dei suoi
stessi studenti sono "addicted" ai messaggi e ciò interferisce con la loro vita
sociale e anche con lo studio.
Ma i messaggini stanno anche cambiando il modo di parlare. Nel
suo libro Txtng: the Gr8 Db8, David Crystal sostiene stia avvenendo
un'americanizzazione del linguaggio proprio a causa della diffusione dei
messaggi. Le undici lingue principali si sono allienate usando termini come
"lol" (lot of laugh, per la risata), "u" (you) o "gr8" (great) tutte
abbreviazioni dall'inglese. Come 2day (today) o b4 (before). I genitori sono
sempre più preoccupati che questa tendenza alieni i figli dal poter gestire una
conversazione faccia a faccia con qualcuno. Dello stesso avviso è lo psicologo
David Swanson secondo il quale le conseguenze si vedranno sulla lunga distanza.
Oggi tre quarti dei minori hanno il celulare, l'88% di questi lo usa per mandare
messaggi. Anche mentre guida. Solo il 4 per cento di loro sostiene di mandare
messaggi a sfondo erotico.
La Riverdale Country School di New York ha
fatto un esperimento. Ha organizzato due giorni senza messaggi virtuali, 48 ore
senza Facebook, Twitter e senza sms. Alla fine del periodo stabilito, il
consulente scolastico ha diffuso un foglio tra gli studenti su cui c'era
scritto: "Quando avete avuto voglia di mandare un messaggio è stato perché
avevate bisogno veramente di comunicare con qualcuno o semplicemente per caso?"
Quasi tutti hanno risposto di averne avuto semplicemente bisogno. Prima il
bisogno, poi la scelta del destinatario. Ma gli studenti più piccoli scrivono
per lo più ai genitori. "Lo fanno mentre vanno in bagno, magari per farsi
consolare dopo un compito andato male", ha spiegato uno dei professori.
Aggiungendo che quello che sta accadendo alla nuovagenerazione è di avere un
paracadute a disposizione. Cadono così i confini che separano genitori e figli,
confine imposto dalle pareti scolastiche. I genitori sono raggiungibili, e sono
un cerotto attaccato al telefono. "Viene meno la possibilità che a 13 anni ci si
faccia le ossa, e si definisca il confine di una più sana e dovuta
indipendenza", ha continuato il professore. Dopo l'esperimento molti studenti
hanno però anche detto di essersi sentiti più rilassati. Di aver finito prima i
compiti, di aver organizzato più cose da fare nel pomeriggio. E di aver provato
soprattutto una sensazione 'nuova', la libertà.
Su Facebook è ovviamente
arrivato un gruppo che si occupa di messaggi e assuefazione. Secondo un
sondaggio riportato dal social network la tendenza sarebbe diversa e in pericolo
sarebbero più gli adulti che i ragazzi. Queste le età dei soggetti a rischio: il
19% ha tra 18 e 24 anni, il 24% tra 25 e 34, il 22% tra 35 e 54, il 19% si
piazza tra i 45 e i 54. L'età media di un 'texter' - chi manda i messaggi - a
rischio è di 38 anni. Il 49% è maschio, il 51% femmina. E ancora. Sono spediti
in media 18,5 miliardi di sms al mese da circa 68,7 milioni di persone. Solo il
10% dei messaggi sono spam, il 62% sono quelli scritti agli amici, il 55% a
conoscenti, il 19% ai colleghi. I messsaggi vengono letti entro 15 minuti dalla
ricezione, i tempi di risposta possono arrivare fino all'ora.
Non lo
poteva prevedere un giovane ingegnere di 22 anni del Sema Group che nel 1992
utilizzò il proprio pc per mandare il messaggio "Merry Christmas" attraverso il
network di Vodafone, al telefono del suo amico Richard Jarvis. Diciotto anni
dopo gli sms sono il più potente medoto di comunicazione mondiale. L'Europa
batte l'America con un 80% di utenti attivi contro un più modesto, ma in
crescita, 60% americano. Il primato degli sms spetta però alle Filippine, con
400 milioni di messaggi al giorno e circa 142 miliardi all'anno. Vanno forti
anche Cina e l'Australia. L'Europa si piazza subito dopo l'Asia, in Europa la
Croazia è al primo posto dei messaggi inviati. Gli sms-dipendenti digitano
sempre, ovunque. Il 77% mentre guida (nel 2008 a Chatsworth ci fu una collisione
tra treni in cui morirono 25 persone. Si scoprì poi che l'addetto al controllo
dei cambi di binari, aveva mandato 45 messaggi mentre lavorava), il 79% digita
perfino quando è in bagno, il 37% è riuscito a mandarlo durante la laurea, il
18% durante il matrimonio, il 16% durante un funerale, l'11% durante il sesso.
E' invece di un 24enne di Seattle il record mondiale da Guinness dei primati
della digitazione più veloce. Franklin Page ha fatto il record scrivendo la
frase: "The razor-toothed piranhas of the genera Serrasalmus and Pygocentrus are
the most ferocious", in 35,54 secondi.
Gli assuefatti usano entrambe le
mani per digitare un sms. Tra gli effetti indesiderati della dipendenza ci sono
ansia, abbassamento dei voti scolastici e insonnia. E poi i crampi, problema che
può essere arginato, e ultimamente lo è, con la tastiera virtuale di un iPhone.
Tra le cose positive resta il contatto con gli altri. Lo psicologo inglese Mark
Griffiths si occupa di "Internet addiction". Griffiths definisce le
"technological addictions" come dipendenze "non-chimiche" che comprendono però
il rapporto e le interazioni tra l'uomo e il mezzo, la macchina. Il
comportamento dell'essere umano dipendente, da sostanze o macchine che sia, è
comunque lo stesso. Il rischio comporta lunghi periodi di silenzio, cambiamenti
inspiegabili dell'umore, crisi di astinenza, euforia solo sotto effetto, e
ricadute. Benvenuti nell'epoca della comunicazione breve. Benvenuti nel mondo
sintentico degli sms.
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tratto dal sito: Ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com
Adolescenti e Internet: rapporto «morboso» o vera e propria
dipendenza? Internet viene definito «la Rete delle reti» cioè un insieme di reti
collegate tra loro a cui possono accedere migliaia di utenti per scambiare tra
loro informazioni. La sua applicazione venne resa operativa alla fine degli anni
Sessanta.
Dagli anni Ottanta Internet cominciò a diffondersi in tutto
il mondo. Negli anni Novanta la popolarità della rete crebbe enormemente in
seguito al lancio del “Word Wibe Web” (il “WWW” nell’indirizzo), un sistema per
la condivisione di informazioni in ipertesto, nato nel 1990 grazie a Tim Berners
Lie presso il Cern (Centro Europeo Per La Ricerca Nazionale).
Internet, per noi adolescenti, è uno dei tanti svaghi.
Grazie a Internet sono nati e si sono sviluppati nuovi modi di comunicare. Si
può, inoltre, giocare, documentarsi tramite alcuni siti (vedi Wikipedia),
guardare film, ascoltare musica, comprare e vendere oggetti attraverso eBay. Si
possono fare nuove amicizie, comunicare con tutto il mondo e scaricare files. I
giovani utilizzano social network come Facebook, Messanger, Netlog, Skype,Yahoo
e Youtube. Gli studenti ora utilizzano una biblioteca virtuale.
Siamo ragazzi della scuola media «Comparoni» di Bagnolo in
Piano e vi vogliamo raccontare il nostro rapporto con Internet. «Io, Marianna,
ho Internet da due anni. Lo uso per fare tutto: dalle ricerche scolastiche a
chattare con gli amici. Quest’ultima è la cosa che amo di più. Uso Internet più
o meno due ore e mezza al giorno. Mentre sono sul Web, guardo le scene di film e
telefilm che voglio rivedere grazie a Youtube. I miei genitori mi controllano
perché non vogliono che io vada su siti “strani” e che stia molto tempo davanti
al computer».
«Ho internet da quattro anni», dice Tiziana «e ci passo
molto tempo. La maggior parte a chattare. Ho quattro fratelli e spesso
litighiamo per chi deve stare al computer».
«Mi chiamo Giuseppe e ho tredici anni. La maggior parte
delle volte uso Internet per giocare e “messaggiare’’ con gli amici, grazie a
siti come Facebook e Netlog. So controllarmi e non rischio di diventare un
web-dipendente».
C’è anche qualcuno che odia Internet, come Giulio: «Credo
che Messanger e Facebook siano inutili. A me viene da pensare: “Ma se una
persona ha 5.000 amici su Facebook, come mai è qui davanti a un computer?”».
Da uno studio dell’Università di Palermo emerge, infine, che
il 72% degli adolescenti preferisce Internet a genitori e insegnanti. Spesso chi
diventa web-dipendente rischia di soffrire di crisi di astinenza. Biisogna stare
attenti a non costruire un rapporto «morboso» col computer.
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tratto
dal sito: Nuovasocieta.it
Un'altra insufficienza a scuola, l'ennesima
litigata con mamma e papà per procrastinare un po' di più il coprifuoco, i
rimproveri di quel professore con cui proprio non si riesce ad andare d'accordo,
il senso di inadeguatezza tipico di quell'età, la voglia di evadere nella
libertà del sabato sera ed il passo è breve: si apre l'armadietto dei medicinali
di casa e le preoccupazioni per un attimo smettono di tormentarci, si riesce
finalmente a dormire sereni e lo "sballo" del fine settimana è assicurato, senza
intaccare la paghetta.I dati raccolti a gennaio di quest'anno sono
veramente allarmanti: il consumo di tabacco ha subito una sensibile battuta
d'arreso, a favore dell'ascesa di un nuovo tipo di dipendenza: gli
psicofarmaci.Il 10% dei ragazzi italiani ammette di fare uso
di psicofarmaci ,soprattutto a base di benzodiazepine , cioè la classe di
farmaci con proprietà sedative ipnotiche , ansiolitiche, anticonvulsive,
anestetiche; l'8% dei consumatori dichiara di farne uso massimo una o due volte
all'anno, il 4% una volta ogni trenta giorni e l'1% almeno venti volte in un
solo mese.E' dal 1995 che non si registrava una percentuale
così alta.L'effetto rilassante o eccitante, che provoca un
immediato senso di benessere, a lungo andare viene però pagato a duro prezzo: si
contano migliaia di storie di giovani ed adulti che sono diventati dipendenti,
schiavi degli psicofarmaci.E' la storia emblematica di Marco (nome di
fantasia), che nel '76 è studente e lavoratore: un mix di preoccupazioni,
responsabilità e stress non indifferente, che lo fagocita sempre di più, fino
all'esaurimento nervoso.E così viene per la prima volta ricoverato in una
clinica ,ed i medici gli prescrivono i primi medicinali, per godersi il meritato
riposo, ma l'incubo ha inizio: Marco ha alle spalle trentaquattro anni di
dipendenza, almeno una decina di ricoveri, in diverse città, crisi d'astinenza
distruttive, continui cambiamenti di terapie (molte delle quali condotte con
l'uso di farmaci a lui controindicati).Poi la depressione, un vortice nero che l'ha
inghiottito, e per uscirne, ancora psicofarmaci, l'impossibilità, per legge, di
lavorare, ed i tentativi di liberarsi dalla dipendenza, che l'aveva persino
indotto a sottrarre delle ricette mediche, per autoprescriversi un farmaco, alla
cui somministrazione, i medici erano contrari.Oggi Marco non è ancora completamente guarito,
gli è stata diagnosticata una depressione ancora più acuta di quella precedente,
ma il suo desiderio è quello di affrancarsi da questa schiavitù, anche se il
cammino è molto faticoso: le crisi d'astinenza, passaggio obbligato per libertà
sono durissime (e in alcuni casi ancora più feroci di quelle provocate da altre
droghe): convulsioni, amnesia, astenia, sonnolenza, tachicardia, tremori,
sonnolenza, atassia , possibilità di soffocamento , improvvisi attacchi di
calore e di freddo.Questa testimonianza ed i dati raccolti ci fanno
capire che il problema è di grandi dimensioni e non sufficientemente monitorato;
i danni alla salute fisica e mentale delle persone coinvolte, sono ingenti e
clinicamente dimostrati.Ci si aspetta una maggiore sensibilità da parte
dei media e degli organi competenti, per rendere consapevole chiunque
dell'effetto prodotto dall'abuso o l'uso ingiustificato di tali farmaci e una
maggiore attenzione nella somministrazione degli psicofarmaci, troppo spesso
prescritti con leggerezza e non sufficiente ricerca delle vere cause del
disagio, come dimostrano le numerosissime storie di pazienti, oggi psicofarmaci-
dipendenti.
Dati raccolti da Terra Nuova: un movimento
interessato all'alimentazione naturale, alla medicina non convenzionale, a uno
stile di vita solidale, non competitivo e in armonia con la natura, che produce
una rivista di controinformazione su medicine non convenzionali, energie
rinnovabili, ambiente ed ecologia.
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tratto
dal sito: Geenme.it
Il problema dell'obesità infantile e del
cosiddetto cibo-spazzatura
non è solo affare a stelle e strisce. La Coldiretti
mette in guardia anche in Italia sulla crescita del consumo di alimenti grassi e
bibite ricche di
zucchero entrati prepotentemente nella dieta quotidiana del 41% dei bambini italiani,
i quali, nel 23% dei casi non consumerebbero più frutta e verdura.
Il monito dell'associazione degli agricoltori italiana
arriva a seguito dell'ennesima ricerca scientifica che dimostrerebbe come hamburger,
merendine
e patatine fritte
creerebbero
dipendenza alla stregua di droga e sigarette.
Già altri studi avevano messo in correlazione i cibi
ricchi di grassi con il mancato
senso di sazietà e la dipendenza
che creerebbero nei soggetti che ne fanno eccessivo uso, ma la
ricerca americana pubblicata su Nature
Neuroscience e condotta osservando il comportamento dei ratti
dagli scienziati dell'Istituto
Scripps va oltre, mettendo in evidenza come con
un'alimentazione scorretta si arrivino a creare vere e proprie crisi di astinenza nel
momento in cui si tenta di "smettere" di mangiare i piatti più
saporiti ,ma meno salutari.
Arriva dunque la prova di quello che molti genitori
sperimentano quotidianamente quando tentando di eliminare dalle diete dei loro
piccoli merendine, cioccolato, caramelle e patatine fritte. Ed è così che più di un bambino su tre tra i 6 e
gli 11 anni è sovrappeso per le cattive abitudini alimentari e
ben il 12,3% si può definire obeso. Questi, almeno i dati dell'ultima indagine
"Okkio alla
Salute" condotta in Italia dal Ministero della Salute e
riportata dalla Coldiretti.
"Pane,
pasta, frutta, verdura, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino
consumati a tavola in pasti regolari secondo i principi della dieta
mediterranea hanno consentito agli italiani - afferma l'associazionei
- di conquistare un record della longevità che in Italia è pari a 78,8 anni per
gli uomini e a 84,1 anni per le donne, nettamente superiore alla media europea.
Ma ora il futuro è incerto e per questo la Coldiretti ha firmato un protocollo
di intesa il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca che
prevede l'impegno a promuovere attraverso esperienze pilota, nel rispetto della
propria autonomia e nell'ambito delle rispettive competenze, iniziative comuni per sensibilizzare
i giovani a un corretto comportamento civico rispettoso dell'ambiente e delle
tradizioni alimentari italiane".
In particolare sono previste nuove iniziative nell'ambito
del progetto ""Educazione
alla Campagna Amica" che anche nel nuovo anno scolastico
coinvolgerà oltre 100.000
bambini delle scuole elementari e medie che potranno
partecipare alle oltre 3.000 lezioni nelle fattorie didattiche, ma
anche a laboratori del
gusto organizzati ad hoc nelle aziende agricole o direttamente
in classe con il supporto degli insegnanti per riscoprire il piacere del
mangiare sano e nel rispetto della natura.
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tratto
dal sito: Corriere.it
BRUSSON (Aosta) — Questo è un paese per matti. Finalmente qualcuno che
mette in pratica (a capirlo sono stati in tanti da Basaglia in giù) che la prima
terapia per i matti è l’ambiente. Toglili dalle corsie con quei letti recintati
da sbarre che sembrano prigioni, toglili da quei pigiami che sembrano carcerati,
rimetti loro i loro vestiti e quello che avevano in tasca, ridagli il diritto di
parola anche quando sparano (apparenti) scemenze; e magari funziona. Qui ci
provano, stanno per provarci. Oggi sarà presentato nel paese di Brusson, in Val
d’Aosta, il primo «Centro per la salute della mente» che comincia a lavorare sui
pazienti, soprattutto i giovani, partendo dall’ambiente. Siamo a milleduecento
metri, in mezzo ai boschi ricchi di luci e di colori. C’è una grande struttura
fatta di legno e di vetro, morbida e trasparente, dove una volta venivano i
bambini dei dipendenti Olivetti a passare le vacanze. Qualcuno voleva farci un
albergo- residence-spa cinque stelle. A qualche matto è venuto in mente che
forse era più utile farne un posto, morbido e luminoso, per ospitare e (tentare
di) curare quei ragazzi con il cervello avvelenato dalla voglia di farsi del
male. I nostri figli che hanno provato o hanno voglia di provare il suicidio,
quelli che diventano violenti con gli altri senza un (apparente) perché, quelli
che si consumano rifiutando il cibo o viceversa, quelli che la vita è lo schermo
di un computer e dentro quello schermo c’è una «vita» virtuale che nasconde e
sostituisce quella reale, quelli che il gioco d’azzardo ha sopraffatto il gioco
della vita.
I matti sono due. Uno è Gianni Caprara, un imprenditore
cinquantottenne che dopo aver fatto i soldi con le aziende «tradizionali » s’è
messo a fare «il privato sociale» e ad occuparsi di giovani e anziani. Per
ristrutturare la ex colonia Olivetti ha cacciato sei virgola cinque milioni di
euro. «Ma non faccio beneficenza—dice —. Lavoreremo in convenzione con la
Regione Val d’Aosta e altre strutture pubbliche. Pagheranno quello che
stabilisce la legge. E ci basteranno quei soldi per continuare a garantire
l’eccellenza anche in campo psichiatrico». L’altro matto è uno dei più
importanti psichiatri italiani, Vittorino Andreoli. È lui il direttore
scientifico del centro. «Per me è un’esperienza che vale il sogno di un vecchio
psichiatra che ha diretto un manicomio. Uscire dalla "scienza infelice", come si
diceva una volta». Andreoli ammette che la psichiatria non è (ancora) una vera
scienza. Che non ci sono strumenti tecnologici per affrontare la malattia
mentale. «L’ultimo strumento tecnologico che ricordo era la cassetta, con cui
giravo anch’io, dentro la quale c’era una specie di compasso con cui si
misuravano le dimensioni della scatola cranica e si valutavano altri criteri
lombrosiani. Se mi fossi automisurato, con queste ossa frontali che ho, con
queste sopracciglia esagerate, con questi capelli ingovernabili, mi sarei dovuto
autoricoverare in uno di quei manicomi che sembravano fatti apposta per
aggravare le condizioni del malato ».
Nella casa di Brusson, invece, funzionerà così: il paziente arriva,
attraversando il bosco colorato, in un salone grande e luminoso che non ha
confini con lo spazio esterno. Verrà intervistato. Si deciderà se ha bisogno di
essere curato lì e in quale microcomunità inserirlo. Avrà una camera ampia e
luminosa condivisa con un altro paziente. Avrà una scrivania e, se gli sarà
utile e non di danno, avrà un computer. Avrà l’autonomia di un bagno dove non
sentirà violata la sua privacy. Avrà un letto «professionale», ma le spallette
che sanno di gabbia e di prigione, sono state sostituite da un pannello color
pastello che lo fa sembrare quello di casa. Avrà un posto confortevole dove
mangiare e avrà il cibo cucinato lì. I medici non vivranno in misteriose stanze
oscure, ma dietro un vetro. Vivranno lì e non se ne andranno la sera a casa.
Certo non ci sono le maniglie alle finestre dei piani alti. Ma nessuno ti
chiuderà mai a chiave dietro una piccola griglia. Dove c’erano le sbarre ora c’è
un grande vetro luminoso. Ad Andreoli piace ripetere: «Questo è un manicomio
ribaltato».
Il Centro di Brusson sarà molto «laico»: nessuna disciplina
terapeutica verrà imposta, ma si sceglierà quella considerata più opportuna: ci
saranno psicoanalisti freudiani e junghiani, relazionali e
cognitivo-comportamentisti.
Ma da queste parti s’aggira un terzo matto, il sindaco di Brusson,
Giulio Grosjacques, 48 anni, eletto in una lista civica da quasi tutti gli 850
abitanti. Sarebbe stato certamente più facile per lui e per la sua popolarità
convincere i concittadini- elettori ad accettare che nell’ex colonia Olivetti
nascesse un bell’albergo anziché una bella casa per matti. Ma Grosjacques è
figlio di un ex operaio Olivetti. «Sarà forse per questo — dice — che da quando,
una decina d’anni fa, l’ex colonia è stata chiusa, ho sempre pensato che fosse
giusto conservarle una vocazione sociale. E poi chi l’ha detto che il turismo
sanitario non sia più utile al Paese del turismo tout-court?».
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tratto
dal sito: Primapress.it
Secondo una ricerca condotta dalla dottoressa australiana Margaret Morris,
presso l’Ateneo del New South Wales, le persone obese sono dipendenti dal cibo
e, in particolare, non riescono a fare a meno di pietanze dall’alto contenuto
calorico e dei dolci, considerati una vera e propria droga. Nel momento in cui
questi soggetti appagano il loro appetito, percepiscono una sensazione di
generale benessere, recepita dal cervello che, in occasioni di elevato stress,
invia dei messaggi all’organismo, invitandolo ad assumere nuovamente quegli
specifici cibi. Nei pazienti affetti da problematiche riguardanti il peso,
sicuramente la genetica gioca un ruolo decisivo, ma altrettanto importante è il
ruolo che assume il cervello. Esso è il direttore delle nostre emozioni e
principale responsabile nell’invogliarci verso grassi e dolci. Secondo la
ricercatrice Morris “sembra che avere a disposizione questi alimenti faccia
sentire meglio. Probabilmente il cibo viene usato per alleviare lo stress, ma
anche come ricompensa. Il che rivela perché le persone continuano a
ingurgitarne”. I risultati per chi persegue tale regime alimentare non si fanno
certo attendere: aumento vertiginoso del peso e produzione continua della voglia
di assumere ancora cibo. Un circolo vizioso e una dipendenza pericolosa, che
mette a repentaglio la salute e il benessere delle persone stesse. “È accertato
– afferma la dottoressa – che avere a disposizione cibo desiderabile ci fa
sentire meglio, e questo probabilmente è parte del problema alla radice del
fenomeno dell’obesità”. Esiste una forte connessione fra gli ormoni prodotti nel
grasso corporeo e ciò che avviene ai circuiti dell’appetito nel cervello, alla
sensazione di fame e al desiderio di cibo”. È importante dunque intervenire e
aiutare tali persone ad uscire da questa situazione di dipendenza dal cibo,
accompagnandole in un percorso costituito da buone e soprattutto sane abitudini
alimentari.
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tratto
dal sito: In-dies.info
Gli adolescenti inglesi che non riescono a staccarsi
da internet, dai giochi del computer o dal telefono cellulare... potranno
essere curati in una clinica privata di Londra, la Capio Nightingale Hospital,
che ha lanciato il primo servizio dedicato alla dipendenza tecnologica.
La struttura ha pensato a questa nuova possibilità di
cura dopo che alcuni genitori avevano assistito a delle violente reazioni
dei figli, quando avevano chiesto loro di staccarsi dal computer o da
altri dispositivi tecnologici. Alcuni genitori addirittura si erano rivolti
alla polizia a causa dei comportamenti preoccupanti di questi ragazzi.
La clinica offre terapie ai bambini di 12 anni, ma
anche agli adolescenti che hanno dai 15 ai17 anni di età. La cura incoraggerà
gli schermodipendenti, definiti dai medici screenager, a interagire con le
persone faccia a faccia, piuttosto che online.
A causa del troppo tempo passato davanti a
uno schermo gli screenager riporterebbero difficoltà di
concentrazione, inclinazione alla rabbia, isolamento e depressione.
"I servizi di salute mentale hanno la necessità
di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mondo che i giovani frequentano e
capire quanto seriamente la loro vita possa essere compromessa dal tempo
passato online senza regole o davanti a uno schermo o nei video giochi",
ha detto il dottor Richard Graham, capo dell'istituto privato Capio
Nightingale, aggiungendo di sperare che il servizio potrà "affrontare le
cause che sono alla base di questa dipendenza".
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tratto
dal sito: Mag.sky.it
Potresti vivere senza il telefonino? O, meglio, senza l’ultimo gadget di grido:
l’iPhone? L’Università di
Stanford l’ha chiesto a 200 studenti proprietari del melafonino. Ne è emerso
che la maggior parte non saprebbe farne più a meno.
La situazione è
ancora più grave se si guarda alla velocità con cui l’iPhone è diventato parte
integrante della vita dei giovani. Basti pensare che ben il 70 per cento degli
intervistati lo possiede da meno di un anno. Dunque, una tendenza che viaggia
alla velocità della luce.
Non si tratta più di un semplice apparecchio
per telefonare e ricevere messaggi, oggi al cellulare della Apple vengono
attribuite funzionalità fra le più varie: circa l’85 per cento lo usa come
orologio, e per molti diventa la sveglia quotidiana.
Un attaccamento
quasi morboso evidenziato dal fatto che il 75 per cento degli studenti va a
dormire con l’iPhone. Niente di così strano per la generazione di nativi
digitali. Ci si dovrebbe invece preoccupare se per sette ragazzi su dieci è più
facile dimenticare a casa il portafoglio.
A far riflettere, e anche un
po’ sorridere, è la consapevolezza dei ragazzi. Chiamati a classificare la loro
“dipendenza” su una scala da 1 a 5, il 10 per cento ha riconosciuto la totale
dipendenza, molti sono scesi di uno scalino, mentre solo sei su cento hanno
sostenuto di non essere affatto dipendenti.
Di questi ultimi, quasi la metà
teme che in futuro potrà ammalarsi di “iPhonite”.
Si tratta ormai di una
vera e propria assuefazione: per il 15 per cento dei ragazzi l’iPhone si sta
trasformando in un media che dà dipendenza; più poetica la definizione di quelli
che invece che lo considerano “una porta sul mondo”, mentre quasi la metà del
campione di riferimento ha dichiarato che perdere il proprio iPhone sarebbe “una
tragedia”.
Tanya Luhrmann, professoressa di antropologia e curatrice
dell’indagine, prova però ad abbassare i toni sull’iPhone-dipendenza: “Non credo
che l’uso dell’iPhone sia malsano, semplicemente a loro piace molto”. E spiega
al San Jose Mercury News che la cosa interessante è osservare come i
ragazzi considerano il loro telefonino: “È diventato una sorta di estensione
della mente e un mezzo per avere una vita sociale”.
Il che è testimoniato
dalla tendenza a vivere il rapporto con l’iPhone diversamente da qualsiasi altro
oggetto. Sfiorando la comicità, alcuni ammettono di non lasciar toccare a
nessun’altro il proprio melafonino, altri gli hanno dato un nome, altri ancora
addirittura lo accarezzano, mentre qualcuno ha confessato di avere pensato
almeno una volta: “Il mio iPod è geloso del mio iPhone”.
Eppure in certi
casi la situazione sembra degenerare: il 7 per cento degli studenti sottoposti
al sondaggio ha dichiarato di avere un partner o un compagno di stanza che si è
sentito trascurato o abbandonato a causa del coinvolgimento che l’amico aveva
nei confronti del telefonino; non a caso sta prendendo piede l’espressione
“iPhone widow”, vedova dell’iPhone.
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tratto
dal sito: Roma.corriere.it
«Notti insonni passate davanti al computer, chattando senza sosta con ragazze
incontrate sul web. Il giorno dopo al lavoro mi sentivo praticamente un
fantasma, assente, tanto da non accorgermi delle avance reali, quasi insistenti,
di una mia collega». Francesco è un ingegnere di 38 anni, bell’aspetto, non gli
mancherebbe nulla per conquistare una ragazza. Ma c’è un problema, Francesco
preferisce filtrare con la tastiera.
Poi c’è Manuela, quindici anni, sguardo
basso e con i suoi genitori parole da strappargliele con la tenaglia. Le hanno
fatto capire che stava esagerando con tutti quegli sms, cinque, sei ore di fila
al giorno. Roba da guinnes dei primati lei, con le sue amiche, se non fosse per
quell’utilizzo compulsivo del telefonino. Altro che record. E poi la volontà di
Massimo, che sta per essere premiata: studente universitario di 26 anni, più
forte ormai della sua prima confessione: «Si può dire a qualcuno che bevi
troppo, soffri di crisi depressive o altro, ma come fai a raccontare a un
estraneo che passi il tuo tempo davanti a un computer?».
Le storie di
Manuela, Francesco e Massimo (nomi di fantasia: lo preferiscono, ndr) ricordano
quelle di tanti altri, adolescenti o adulti, vittime dell’Internet Addiction
Disorder: dipendenza patologica da internati con disturbi di comportamento
ossessivo verso il web.
ANSIA ALLA TASTIERA - Una dipendenza che si manifesta attraverso
ansia, depressione e una forte agitazione psicomotoria. Li abbiamo incrociati al
Policlinico Gemelli, a Roma, dove, da qualche mese, è attivo un ambulatorio -
funziona come un day-hospital: si entra, si viene visitati e poi si sceglie un
protocollo d’intervento - in cui è possibile raccontare le proprie dipendenze.
Ogni settimana bussano alla porta di Federico Tonioni, psichiatra e
responsabile del centro - finora l’unico in una struttura ospedaliera - almeno
una decina di casi nuovi, tutti da scoprire. «Ma c’è poco da distinguere sui
sintomi: sono gli stessi dei tossici in crisi di astinenza», ricorda molto
professionalmente Tonioni, 41 anni e una piccola, grande speranza: «Contenere
quel malessere apparentemente subdolo che in assenza di internet si trasforma in
paura di perdere il controllo della situazione».
QUATTRO MESI DI ASSALTO - Dall’inizio di novembre, quando
l’ambulatorio è stato inaugurato, c’è stato un vero e proprio assalto al
Policlinico. Oggi però è possibile finalmente per Tonioni e i suoi assistenti -
grazie anche alla preziosa collaborazione dell’associazione La Promessa -
delineare due distinti livelli di intervento (colloquio iniziale, incontri
successivi per individuare la psicopatologia sottostante e gruppi di
riabilitazione) sui pazienti, divisi in due grossi sottogruppi.
«Ci sono gli
adulti, dai 25 ai 40 anni, abbastanza consapevoli di aver instaurato un rapporto
di dipendenza dal web, soprattutto per cyber-sexual addiction», nota lo
psichiatra, «sesso virtuale, giochi di ruolo e pornografia sono le pagine più
cliccate». E non mancano le sorprese.
OVERDOSE DI INFORMAZIONI - «L’information overload, l’eccessiva
ricerca di informazione su internet può assumere sfumature paradossali», ricorda
il responsabile del Day hospital psichiatrico, «è il caso di una persona che non
riusciva più a viaggiare in macchina senza il suo navigatore satellitare, una
sorta di protesi del cervello». In tutti questi casi, la consapevolezza di aver
sviluppato un disagio, aiuta tantissimo nella scelta della terapia giusta.
Ma è per l’altro gruppo, quello dei ragazzi - un’età che va dai 13 ai 20
anni, il 90 per cento degli accessi all’ambulatorio - che occorre maggiore
attenzione. «Anche perché in psichiatria, di diagnosi in età adolescenziale,
periodo in continua evoluzione, non è proprio il caso di farne; vanno
evidenziati al massimo quei tratti psicologici mediati da un abuso di internet»,
osservano gli esperti del day-hospital dove le telefonate allarmate da parte dei
genitori («Forse avrebbero bisogno di aiuto anche loro») raccontano di figli
indolenti e con poca voglia di comunicare.
TEMPI DI RECUPERO - «Occorre fare molta attenzione circa il
rischio - frequente - di controllo eccessivo sui figli, che fa male sia a chi lo
subisce sia a chi decide di esercitarlo», aggiunge Tonioni. I tempi di recupero?
«Non esiste una durata d’intervento, sia per gli adulti che per gli
adolescenti».
E conclude lo specialista: «Ci sono situazioni che si sbloccano
molto presto e altre che nascondono una nevrosi psicotica tendente alla
schizofrenia».
Gemelli, ambulatorio contro le dipendenze -
L’ambulatorio è attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13.30. Per accedere
alla prima visita occorre prenotare telefonicamente, contattando i numeri
06.30154332
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tratto
dal sito: Tempolibero.poufemme.it
Facebook
è diventato uno strumento indispensabile per trovare vecchi amici,
pianificare eventi, giocare e perfino inviare regali virtuali. Ma se si finisce
a passare più tempo a iscriversi a nuovi gruppi e a coltivare campi di grano
immensi, allora forse è arrivato il momento di fermarsi a pensare. Molti utenti
vedono Facebook più come una dipendenza
piuttosto che a uno strumento di comunicazione, e gli psicologi stanno
iniziando a lavorarci sopra.
Pensi a Facebook anche quando non sei in linea? Usi Facebook per sfuggire ai
problemi o ai compiti a casa? Stai connesso a Facebook più a lungo del previsto,
perdendo la cognizione del tempo? Hai mai tenuto nascosto a qualcuno che
utilizzi Facebook?
Se avete risposto affermativamente a una qualsiasi,
potreste essere dei potenziali Facebook-dipendenti. Nessun problema: Rob Bedi,
uno
psicologo sociale, afferma che come da tutte le dipendenze, ci si può
uscire. Basta usare un buon metodo ed essere determinati. A differenza di droghe
e alcool, di cui si consiglia una totale astinenza per disintossicarsi, Bedi
consiglia di non smettere di colpo. Basta limitare l’utilizzo.
Come? Munirsi
di un registro per tenere traccia dell’utilizzo di Facebook.Se si rimane
sorpresi non entrate in panico.
Innanzitutto si deve capire perché ci si
è iscritti originariamente. E agire per punti: Tenere soltanto le applicazioni
fondamentali; limitarsi ad aderire ad un numero limitato di gruppi; darsi un
tempo limite per l’utilizzo giornaliero; compilare un calendario per tenere
d’occhio i progressi; utilizza la posta elettronica e non limitarti ai messaggi
di face book. Questi sono i passi fondamentali per “guarire” da Facebook. Come
per smettere di fumare, ci vuole innanzitutto la voglia e la determinazione
dell’individuo, altrimenti si finisce per ricascarci. E come per tutto basta
metterci due dita di testa in più.
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tratto
dal sito: Corriere.it
L'utilizzo eccessivo di internet potrebbe causare depressione. Ma potrebbe
essere anche il contrario: cioè chi è già più incline alla depressione è
maggiormente spinto a passare molte ore sul web. È il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Psychopathology. Gli esperti
dell'Università di Leeds hanno intervistato 1.319 persone tra 16 e 51 anni
raccogliendo dati sul loro uso di internet e valutando la presenza e l'entità di
sintomi depressivi; l'1,2% del campione è risultato affetto da dipendenza da web
ed è emerso che l'essere connessi per un tempo eccessivo è associato a sintomi
depressivi. È possibile che chi usa troppo internet al punto da sostituire le
relazioni sociali reali con quelle virtuali sia più a rischio isolamento e
depressione.
DEPRESSIONE - «La nostra ricerca
indica che l'uso di internet è associato a depressione», spiega Catriona
Morrison, che ha guidato lo studio, «ma ciò che non sappiamo è se c'è un
meccanismo di causa-effetto, ovvero se internet causa la depressione o se invece
chi è depresso tende a collegarsi di più al web. Quello che invece è chiaro»,
aggiunge Morrison, «è che per un piccolo sottogruppo di persone l'eccessivo
utilizzo del web potrebbe essere una spia allarmante di una tendenza alla
depressione».
GIOVANI - Nel corso della ricerca il
gruppo di lavoro ha controllato giovanissimi, ragazzi ma anche adulti che usano
la Rete per lavoro. Scoprendo che a rischiare di cadere nella trappola della
dipendenza sono più spesso i più giovani: l'età media del gruppo degli
«intossicati» è infatti di 21 anni. La ricerca «rinforza i timori già sollevati
dagli esperti: farsi prendere troppo dai siti web fino a sostituire le normali
funzioni sociali potrebbe essere collegato a problemi piscologici come, appunto,
depressione e dipendenza», dice la ricercatrice. Inoltre se appena l'1,2% dei
soggetti monitorati è risultato «drogato» del web, il problema comunque ha
un'incidenza maggiore rispetto ad esempio al gioco d'azzardo patologico, che in
Gran Bretagna è dello 0,6%.
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tratto
dal sito: Newsfood.com
Mangiare troppo mette a rischio la
capacità decisionale del cervello. L'eccesso di
cibo attiva infatti meccanismi di dipendenza e ricerca ossessiva della
soddisfazione molto simili a quelli osservati nei consumatori di stupefacenti.
Lo sostengono diversi studiosi
americani, autori di ricerche cliniche sull'argomento.
Come quella del dottor Petrous Levounis, direttore direttore
dell'Addiction Institute of New York presso il St. Luke's and Roosevelt
Hospitals di Manhattan. Il team di
Levounis ha osservato, tramite neuroimaging, il cervello di numerosi malati da dipendenza da cibo. Si è così notato come
l'organo avesse messo in atto il classico sistema di ricompensa-piacere: quando
veniva ingerito cibo, venivano prodotte grandi quantità dell'ormone dopamina, mentre i centri dell'inibizione
vanno KO.
Come spiega il dottor Levounis, questa
è una perversione del buon andamento. Di norma, la dopamina è un motivatore chimico, che
spinge a ripetere le attività (cibo e sesso) fondamentali, sia per l'individuo
che per la specie; inoltre, collega il sistema limbico, che si occupa delle
emozioni, con l'ippocampo, che invece e' responsabile della memoria. Il
problema è quando la voglia di ripetizione dell'attività piacevole diventa più
forte della normalità. In questi casi si ha un'overdose di dopamina ed un malfunzionamento dei lobi
frontali, detentori del controllo e della forza di volontà.
E' la situazione classica di chi è
affetta da dipendenze: sesso, alcol stupefacenti ed anche cibo.
Spiega infatti Levounis: "Questa
e' l'essenza della dipendenza da una
sostanza o abitudine: una guerra tra i meccanismi del piacere, che risultano
manomessi, e i lobi frontali, che non riescono a trattenere l'impulso a
ripetere l'esperienza piacevole".
L'argomento è stato indagato anche dal
dottor Gene-Jack Wang, del Brookhaven National Laboratory on Long Island, New
York.
Anche le analisi del dottor Wang
(effettuate tramite Pet-Tac) hanno confermato le scoperte della squadra di
Levounis: il cervello dei dipendenti
da cibo è sovraccarico di dopamina ed ha centri del controllo poco
efficaci.
Contro tali problematiche, l'industria
farmaceutica ha creato 2 tipi di prodotti gli agonisti della dopamina e gli antagonisti della dopamina.
I primi farmaci alimentano i recettori
della dopamina: in questo
modo si fa calare il desiderio "incriminato" ("E' il principio
su cui si basano, per esempio, i cerotti alla nicotina").
Gli antagonisti della dopamina, invece, bloccano i recettori.
Va però notato come esista una terza
classe di prodotti. Questi usano approccio parzialmente agonista, ovvero una
molecola che blocca la maggior parte dei recettori della dopamina, ma in parte ancora li alimenta
per calmare il desiderio.
Gli scienziati fanno notare come toccherà
al medico curante decidere cosa usare; in ogni caso, all'azione dei medicinali
va associata la psicoterapia.
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tratto
dal sito: Sateliosnews.it
VARESE - Droga, alcol, gioco d’azzardo e bullismo. I dati contenuti
nell’indagine realizzata nell’anno che si è appena concluso dal
dipartimento delle Dipendenze dell’Asl di Varese, parlano
chiaro. In primo piano c’è l’emergenza droga. Il 5,6% degli
studenti della provincia di Varese ha assunto cocaina almeno una volta nella
vita, il 3,4% ha utilizzato la “polvere bianca” nel corso dell’ultimo anno e
l’1,8% nei 30 giorni antecedenti l’indagine. Ma c’è di più. Il 4% della
popolazione studentesca maschile e il 2,9% della femminile ha consumato cocaina
almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
A preoccupare anche il
consumo di cannabis. Ne ha fatto uso, almeno una volta nella
vita, il 33,14% degli studenti della provincia di Varese, quota che raggiunge il
24,8% se si considera il consumo annuale e il 13,9% quando si fa riferimento
agli ultimi 30 giorni. L’eroina è stata utilizzata, almeno una
volta, dall’1,9% degli studenti varesini, mentre l’1,2% ha riferito di averne
fatto uso nel corso dell’ultimo anno.
Non è tutto. Il 5,2% degli studenti della provincia di Varese ha provato
sostanze stimolanti (amfetamine e ecstasy) almeno una volta
nella vita, l’1,6% le ha utilizzate nel corso dell’ultimo mese. Lo 0,3% ne fa
uso frequentemente. Preoccupanti anche i dati sul consumo di
alcol. Il 91,4% degli studenti ha assunto bevande alcoliche almeno una
volta nella vita e l’84,9% nel corso dell’ultimo anno. Il consumo aumenta
progressivamente al crescere dell’età dei soggetti: tra i maschi, dal 79% dei
15enni si passa al 93,7% dei 19enni, mentre tra le femmine si va dal 66,4% al
90,3%.
Allarmanti anche i dati sul gioco d’azzardo. Un
adolescente su due punta soldi. O almeno lo ha fatto nel corso degli ultimi 12
mesi. La percentuale si riferisce ai maschi e tocca il 45%, salendo a 49,1% tra
i quindicenni. Tutt’altra storia, invece, tra le ragazze che sembrano molto meno
attratte dalle scommesse. Sempre secondo l’indagine, il 44% dei ragazzi ha
ripetuto il comportamento dalle 3 alle 19 volte in un anno, mentre il 14% oltre
20 volte. Su una popolazione giovanile di circa 50mila soggetti tra i 15 e i 19
anni, circa il 10% corre un rischio moderato rispetto al “gioco problematico”.
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tratto
dal sito: Bitcity.it
Adnkronos Salute ha condotto un'indagine
presso il Policlinico Gemelli di Roma per scoprire come
funziona l'Internet Addiction Disorder, la sindrome da
dipendenza da internet. Allo speciale
ambulatorio romano inaugurato 3 mesi fa giungono moltissime
richieste di aiuto, in numeri simili a quelli che si registrano
per l'eroina o la cocaina. I più colpiti - rivela lo psichiatra responsabile del
centro, Federico Tonioni – sono gli adulti sotto i 40
anni e gli adolescenti, che si chiudono in sé stessi proiettando la
propria esistenza nei giochi di ruolo sul web.
Ma non sono
solo i videogames a causare dipendenza. Nel caso degli adulti
ci sono diverse motivazioni che spingono le persone
all'ossessione: i social network, le
chat, il sesso virtuale e il gioco
d'azzardo sono altri aspetti scatenanti. Tonioni rivela che sono molti
i "casi di chi si finge un altro e, sotto mentite spoglie, contatta la propria
fidanzata su Internet, le propone la propria amicizia e nei spia le reazioni per
vedere cosa fa". Una versione moderna del vecchio pedinamento della fidanzata.
Spesso, però, il fatto peggiora e porta ad altri livelli la paranoia connessa al
web.
Il gruppo di "malati" più numeroso, però, è quello degli
adolescenti dai 13 ai 20 anni, spesso accompagnati al centro
dai genitori preoccupati dagli scarsi risultati a scuola e dall'eccessiva
solitudine dei figli. Sono i ragazzi dipendenti dai giochi di ruolo su internet,
giovani che proiettano il loro essere in un mondo virtuale,
sviluppando deficit emotivi e sociali nella realtà. Si tratta di
individui "intelligenti e razionalmente più maturi di altri,
tendenti all'isolamento e con evidenti alterazioni nell'ambito dell'emotività".
"Caratteristiche tipiche dell'adolescenza, che - prosegue Tonioni - sembrano in
questi casi più radicate, innescando una profonda angoscia tra i genitori che
non riescono a entrare in contatto con loro". La patologia,
figlia del nostro tempo, è stata individuata nel 1995 dallo
psichiatra americano Ivan Goldberg e denominata
IAD, ossia Internet Addiction Disorder. Le forme più acute
della malattia portano a deterioramento fisico e psichico della
persona interessata.
L'ultima declinazione della dipendenza è
quella connessa ai social network, i siti "sociali" come
Facebook e Twitter che, spesso, innescano
comportamenti voyeuristici e, portati all'estremo, patologici. Metà dei
350 milioni di iscritti a Facebook, ad esempio, si connette
quotidianamente al sito. La cyberdipendenza è una realtà, come
testimoniano i 60 pazienti già curati dall'ambulatorio romano. E il numero delle
richieste cresce di giorno in giorno.
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tratto
dal sito: Libero-news.it
La decima edizione del Rapporto Nazionale Infanzia del Telefono Azzurro e
Eurispes ha descritto la “generazione tecnologica”: il 75% degli adolescenti,
infatti, usa le chat e Facebook, e il 70% dei bambini cerca informazioni sul
web. Il rapporto è stata presentato oggi presso l'auditorium della Nazione di
Firenze, in occasione del ventennale Onu sui diritti
dell'infanzia.
Telefono Azzurro e Eurispes avvertono che sia i bambini
sia i ragazzi più grandi hanno grande familiarità con gli strumenti informatici
e multimediali, e sono quindi particolarmente soggetti a forme di dipendenza o a
rischi derivanti da fenomeni, come l'adescamento online o il cyber
bullismo.
Fra le apparecchiature tecnologiche, la televisione è quella
maggiormente utilizzata dai bambini: solo il 4% non la usa mai, mentre l'8,1% la
vede per più di 4 ore al giorno
Per quanto riguarda Interne, il 75% degli
adolescenti intervistati lo usa abitualmente, di questi, il 71% naviga in Rete
da una a più di quattro ore al giorno.
Dal Rapporto Infanzia di Telefono
Azzurro e Eurispes emerge però che l'uso della rete da parte di bambini e
adolescenti «comporta rischi notevoli, di fronte ai quali è necessaria
una opportuna azione di contrasto da parte delle forze dell'ordine, affiancata
da un'attività di informazione e comunicazione nei confronti dei bambini e degli
adolescenti, delle famiglie, della scuola». Il consiglio ai genitori sembra
essere dunque quello di consentire ai bambini e agli adolescenti l’utilizzo
delle nuove tecnologie, ma con attenzione e prudenza.
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tratto
dal sito: It.reuters.com
I teenager dipendenti da Internet presentano una maggiore propensione verso
comportamenti autolesivi, questo secondo uno studio frutto della collaborazione
di ricercatori cinesi e australiani.
I ricercatori hanno analizzato il comportamento di 1.618 adolescenti della
provincia cinese del Guangdong di età compresa tra 13 e 18 anni. Lo studio ha
testato la dipendenza da Internet e contemporaneamente la tendenza a picchiarsi,
strapparsi i capelli, pizzicarsi e bruciarsi.
La dipendenza da Internet, classificata come un problema di sanità mentale
dalla metà degli anni 90, presenta manifestazioni sintomatiche simili a quelle
di altre dipendenze.
Il test ha rilevato una moderata dipendenza da Internet nel 10% degli
studenti e una dipendenza grave in meno dell'1%.
Lawrence Lam, professore dell'Univerity of Notre Dame Australia, sostiene che
gli studenti considerati moderatamente dipendenti da Internet abbiano una
probabilità 2,4 maggiore di farsi del male con da 1 a 5 eventi di autolesionismo
negli ultimi sei mesi rispetto agli studenti senza alcuna dipendenza.
Lam e i suoi colleghi della Sun Yat-Sen University di Guangzhou sostengono
che, considerando tutti gli studenti che presentavano una qualche dipendenza, la
loro propensione ad atti autolesionistici frequenti (più di 6 al mese) era quasi
5 volte maggiore rispetto agli studenti senza alcuna dipendenza.
"Negli scorsi anni, con una maggiore facilità di accesso a Internet nella
maggioranza dei paesi asiatici, la dipendenza da Internet ha iniziato a essere
un problema crescente tra gli adolescenti", sostengono i ricercatori della
ricerca pubblicata sulla rivista Injury Prevention.
"Molti studi hanno supportato l'idea di una correlazione tra dipendenza da
Internet, manifestazioni psicotiche e depressione adolescenziale".
Essi sostengono che i dati suggeriscono una correlazione "forte e
significativa" tra la dipendenza da Internet e il comportamento autolesionista
anche dopo aver controllato l'effetto di altre variabili in precedenza associate
al fenomeno dell'autolesionismo: depressione, insoddisfazione nelle mura
domestiche, traumi (in letteratura, stressful life events).
La loro tesi è quindi che l'attaccamento a Internet sia una fattore
indipendente di rischio di autolesionismo.
Gli esperti spiegano la dipendenza da Internet in una serie di modi tra cui
sensazioni di depressione, nervosismo, instabilità quando non online, placate
solo dal ritorno in rete.
Essi dicono che "tutti questi comportamenti possono essere riportati a
fattori con una matrice comune, fattori che possono richiedere un'ulteriore
analisi".
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tratto
dal sito: Lungoparma.com
Gioco d'azzardo e internet, sono le nuove dipendenze che ogni giorno
colpiscono migliaia di persone. "Attualmente al Sert abbiamo in cura una ventina
di persone tra i 20 e i 40 anni". E' questa la fotografia parmigiana sulle
dipendenze "alternative", un fenomeno in costante crescita che comprende molte
"specialità" oltre al video poker: gratta e vinci, poker on-line, slot machine e
scommesse di ogni genere. Se ne è parlato ieri nel corso di un convegno dal
titolo: "Le dipendenze comportamentali, prevenzione e trattamento in un'ottica di
intergazione socio-sanitaria" che si è svolto a palazzo Soragna. Dal 2004 il
Sert ha formato un equipe specializzata per fronteggiare un problema in costante
crescita e che diffonde sconforto e disperazione nelle famiglie. "A volte -
spiega la psicologa del Set Maristella Miglioli - c'è una predisposizione
personale a questo tipo di dipendenze. Oppure si tratta di fattori biologici e
ambientali che comunque interagiscono con la predisposizione personale
dell'individuo. Molte volte le radici profonde del problema sono da ricercarsi
nell'infanzia".
E' in crescita anche la dipendenza da internet, soprattutto tra i più
giovani; così come la dipendenza dal telefono cellulare. "Questo genera
l'impoverimento della comunicazione. Il fenomeno va compreso e non represso" ha
aggiunto Maria Zirilli, responsabile dell'area di neuropsichiatria infantile
dell'Ausl di Parma.
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tratto
dal sito: Universy.it
"No grazie, sono a dieta!" Questa è la classica risposta che si è soliti
pronunciare di fronte all'offerta di cibo ma quanti realmente sono in grado di
osservare una ferrea dieta? Un recente studio condotto da due ricercatori
italiani Valentina Sabino e Pietro Cottone, laureatisi in Chimica e
Tecnologia Farmaceutiche all' Università di Palermo e da poco docenti
alla Boston University, ha dimostrato che le diete yo yo,
quelle tira e molla, fatte di rinunce e abbuffate, danno dipendenza come le
droghe e non aiutano affatto a dimagrire, ma potrebbero causare obesità e
disturbi alimentari. Il lavoro, svolto su topolini, dimostra che queste diete
così eseguite sviluppano nel cervello la stessa condizione provocata dalla
tossicodipendenza. Quando una persona che segue una dieta, ad un certo punto,
mangia "cibo proibito" finisce poi per mangiare troppo e dà vita a un
comportamento simile a quello del drogato che entra in crisi di astinenza. Nel
cervello dei topolini, cicli di astinenza e di grosse mangiate, generano gli
stessi cambiamenti celebrali provocati dalle droghe. Durante lo studio i due
ricercatori nutrivano i topi per 5 giorni a settimana con il cibo da stabulari,
per 2 giorni, invece, con una dieta zuccherina al sapore di cioccolato. Dopo
alcune settimane, i topi durante il periodo di astinenza da cioccolato,
manifestavano sintomi simili a quelli dell'astinenza da droghe, caratterizzata
da ansia e rifiuto dei cibi meno golosi. Inoltre mangiavano eccessivamente
quando gli si ridava loro il cioccolato con una riduzione dello stress associato
all'astinenza. E allora? Occhio ai chiletti di troppo ma niente diete yo yo!
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tratto
dal sito: Lastampa.it
Più si mangia male, più si mangia… male. Sembra un brutto gioco di parole, ma a
quanto pare è la realtà. Secondo un nuovo studio, infatti, il cibo
spazzatura crea dipendenza al pari di una droga creando le condizioni
per far sì che si tenda a ricercare sempre più proprio i cibi che ci fanno male.
I ricercatori dello Scripps Research Institute di Jupiter in Florida
(Usa) hanno condotto uno studio su modelli animali in cui si evidenzia come il
consumo di cibi in diete ad alto contenuto di grassi, sale e zucchero aumenti
progressivamente il desiderio di consumarne continuativamente e, in alcuni casi,
di più poiché la sensazione di appagamento che ne consegue viene
ricercata ogni volta che si assumono questi alimenti.
Il dr.
Paul Kenny e il dr. Paul Johnson hanno sottoposto dei topi suddivisi in tre
gruppi a una serie di test. Gli appartenenti al primo gruppo hanno ricevuto del
cibo "sano", quelli appartenenti al secondo gruppo hanno ricevuto del cibo
spazzatura in quantità controllata, mentre al terzo gruppo è stata data la
possibilità di alimentarsi con cibo spazzatura senza limiti.
Dalle evidenze
apparse si è riscontrato che i topi appartenenti al terzo gruppo hanno
iniziato dopo un po' ad abbuffarsi senza controllo.
Difatti, dopo
soli cinque giorni di dieta con il cibo spazzatura, i topi hanno dimostrato una
"profonda riduzione" della sensibilità dei centri del piacere nel cervello,
suggerendo che gli animali si sono rapidamente assuefatti al cibo. Come
risultato, fanno notare i ricercatori, i topi mangiavano più cibo per
ottenere la stessa quantità di piacere. Proprio come i
tossicodipendenti da eroina richiedono sempre maggiore droga per sentirsi bene,
i topi avevano bisogno di più cibo spazzatura.
«La perdita di controllo è il
segno distintivo della tossicodipendenza. Questa è la prova più completa ad oggi
che suggerisce come l'obesità e la tossicodipendenza abbiano basi
neurobiologiche comuni» ha commentato il dr. Kenny.
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tratto
dal sito: Adnkronos.com
Armati di mouse e pc, a caccia di sesso virtuale tra chat erotiche, blog, social
network e altre 'piazze' virtuali della Rete. "L'8% degli italiani e' 'drogato'
di Internet, e fra questi spiccano i dipendenti dal cybersex, il sesso
virtuale", spiega all'ADNKRONOS SALUTE Valentina Cosmi, sessuologa e psicologa
dell'Istituto di sessuologia clinica di Roma, alla vigilia del seminario su
'Cybersex: forme attuali di dipendenza sessuale'. Un appuntamento in programma
domani nella Capitale (presso l'Istituto in via Savoia 78, alle 17), in
occasione del Mese del benessere psicologico organizzato a Roma e provincia
dalla Sipap (Societa' psicologi area professionale). Un incontro aperto al
pubblico, ma anche agli studenti di psicologia, "per fare il punto sulle
caratteristiche di chi cade in questa forma di dipendenza". Per tutto il mese di
ottobre gli psicologi della Capitale offriranno consulenze gratuite, e si
terranno 75 convegni in tutti i municipi di Roma, durante i quali verranno
affrontate varie forme di problemi o disagi, come stalking, disabilita',
immigrazione, crisi economica, mobbing, problemi di coppia, rapporto
genitori-figli, depressione, crisi di panico, disturbi alimentari. E, appunto,
la mania per il cybersex. "Si tratta di un fenomeno che riguarda prevalentemente
i maschi, eterosessuali, dai 33 ai 55 anni. Ma - aggiunge la Cosmi - stiamo
ricevendo sempre piu' richieste di aiuto da parte dei giovani dai 18 ai 35
anni". Dall'identikit dei 'malati di cybersex' e del piu' generico popolo dei
drogati di Internet, emerge anche che "nel 76% si tratta di uomini, sposati nel
60% dei casi e separati nel 13%, capaci di passare da 11 a 35 ore a settimana
incollati al pc. Ci si connette spesso durante le ore lavorative - aggiunge la
Cosmi - ma i file di interesse vengono scaricati di notte, a casa. Inoltre, per
lui il 33% delle relazioni virtuali sfocia in incontri reali. Una percentuale
molto inferiore a quella totalizzata dalle donne", precisa la sessuologa.
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tratto
dal sito: Ilmessaggero.it
Se la leggiamo in modo positivo la chiamiamo “friendship addiction” (“amico
dipendenza”), se invece, la leggiamo con gli occhiali degli psichiatri la
chiamiamo dipendenza e basta. Da Internet. Comunque sia, si tratta di una nuova
patologia, quasi un’epidemia che ormai si diffonde di video in video tra i
contatti dei social network. Con Facebook, per esempio. Il primo sintomo si
insinua come una biscia tra i sassi. Sta lì, sotto il peso, mangia, cresce poi
mette la testa fuori quando uno meno se l’aspetta.
Quando si manifesta
un’insicurezza esagerata, quando non si è in grado di staccarsi dal sito. E
l’astinenza flagella il cervello. E non si riesce neppure a lavorare con la
mente lucida. Non si riesce neppure a fare il ladro come si deve. E’ accaduto
qualche giorno fa ai Castelli Romani: un giovane di 26 anni ha pensato bene,
durante un furto in appartamento, di utilizzare un computer aperto per
connettersi con i suoi amici on line. Una debolezza che ha portato i carabinieri
direttamente da lui.
La “amico dipendenza”, insomma, comincia ad avere i
contorni come una vera malattia da diagnosticare e, possibilmente, curare.
Diagnosi e terapia. Come fosse un disturbo dello stomaco o degli occhi. Come
fosse, in realtà come è, un segno evidente di un danno alla psiche. Una
dipendenza alla stregua della droga, del gioco d’azzardo, dell’acquisto
compulsivo o delle abbuffate notturne. L’incapacità (perché impossibilitati a
fermare la pulsione) a rinviare una serata di contatti con gli “amici” di
Facebook rischia, insomma, di essere sovrapposta all’ineluttabilità, per un
tossico, di un pomeriggio offuscato dalla polvere di coca. Il nuovo dipendente
da casa al lavoro o da casa a scuola ha una precisa mappa mentale delle zone
franche in cui si può rubare una rete non protetta e così, anche con il
cellulare, continuare a ricordare al mondo che si esiste.
Nessuno
stupore, dunque, se tra gli addetti ai lavori si comincia a parlare della
necessità di far nascere centri dedicati solo alla dipendenza da Internet.
All’università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma aprirà tra poche settimane.
Un ambulatorio all’interno del Day hospital in Psichiatria con la collaborazione
dell’associazione “La promessa”. I primi pazienti, già lo sanno i medici,
saranno giovani e giovanissimi. Ma, con il tempo, anche gli adulti
maledettamente stregati dai salotti on line busseranno a quella porta. Entro
qualche settimana, le prime visite ad hoc.
«Stiamo parlando di un nuovo
modo di drogarsi - spiega Federico Tonioni, lo psichiatra che coordinerà
l’ambulatorio -. Si tratta di una tossicodipendenza in qualche modo attesa.
Visiteremo i figli legittimi della multimedialità che ci ha sopraffatto negli
ultimi anni. Che li ha sopraffatti e inghiottiti senza permettere loro di dosare
i mezzi». La multimedialità che ha dato loro la possibilità di aprire mille
contatti. Ma non gli strumenti per gestirli. «Molti contano tanti amici, ma in
teoria - aggiunge Tonioni -. In una piazza virtuale dove tempo e spazio non
hanno limiti. Lontani dalla terra, dall’aria che si respira, da quella stanza
dove sta in computer. Una piazza che, se non confrontata con il reale, regala
una straordinaria onnipotenza mentale, e illude di poter controllare ogni cosa.
Si sa che sotto mentite spoglie puoi seguire qualcuno, puoi nasconderti, puoi
inventarti una seconda vita».
Bello, tutto bello gioiso e divertente. Ma
che accade quando, nei modi più diversi, ci si accorge che la relazione con il
mondo passa solo attraverso quel canale? E quando, su Internet, si finge di
essere una donna e invece si è un maschio? E quando un ragazzo, sotto mentite
spoglie, entra contatto con la fidanzata per vedere se lei, con uno sconosciuto,
ci sta o no? «Si inanellano fenomeni paranoidei - spiega ancora lo psichiatra -.
Si incrociano, nei casi limite ovviamente, quelli che vogliono controllare,
quelli che si sentono controllati, quelli che non riescono a non contare quanti
nuovi amici si sono aggiunti nella giornata, quelli che si fanno di coca e poi
passano la nottata a navigare da soli». Certo è, concordano esperti di tutto il
mondo, che l’abuso di Internet, Facebook eccetera può diventare un «attivatore
di paranoia».
Un rifugio sicuro per inguattare le insicurezze, per avere
sempre ragione, per sentirsi in compagnia. Ma se si spegne il video tutto si
spegne e l’astinenza da video si presenta esattamente come l’astinenza da gioco
d’azzardo o da droga. Un malessere psicofisico che non lascia spazio alla
riflessione, all’attesa, alla relazione umana. Alla serenità. La cura? Un
colloquio, una visita, l’entrata in un gruppo di pazienti con lo stesso
problema. Nei casi estremi anche i farmaci. Per contenere quel malessere che,
per molti durante l’astinenza, si trasforma in ansia, sudorazione, paura di
perdere il controllo.
David Smallwood è uno dei principali psicologi
inglesi esperti di dipendenze: «Alcune donne sono particolarmente a rischio
anche da adulte. Sono quelle la cui autostima deriva dai rapporti che instaurano
con gli altri. E Facebook aumenta questa peculiarità emotiva obbligando gli
utenti ad acquisire centinaia di amici». Il “reclutare” amici, dunque, può
trasformarsi in una fissazione. Nei casi estremi si rischia di sentirsi
giudicati sul numero di amici on line. E se spesso si viene respinti? «Pensiamo
tutto questo che cosa scatena in personalità non ben strutturate - è ancora
Tonioni a parlare - come quelle dei giovani. O pensiamo a persone che si tuffano
in Internet per compensare altre situazioni. No, non si accorgono della
dipendenza ma, quando parlano con noi del loro malessere o della dipendenza da
droga esce fuori anche l’anomalo attaccamento ad Internet». L’impossibilità a
fermarsi. A non controllare, giocare, navigare, mettersi in contatto, “frugare”,
guardare e farsi guardare. Fino ad essere costretti a disintossicarsi. Con un
clic. Magari creando un gruppo di dipendenti in astinenza proprio su Facebook?
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tratto
dal sito: Pctuner.net
Un nuovo studio ha indicato che gli utenti in
fase adolescenziale possono sviluppare dipendenza da internet e questa potrebbe
sfociare nella sindrome ADHD e nella fobia verso le relazioni sociali.
ADHD è il
termine con cui viene indicata la sindrome
da deficit di attenzione ed iperattività, problema che potrebbe colpire
il 10.8% dei giovani che utilizzano con assiduità Internet.
Anche negli adulti tale dipendenza porta a disturbi sociali, ma le conseguenze
più disastrose si hanno quando i soggetti colpiti sono ancora in fase di
crescita.
I ricercatori hanno effettuato uno studio su 2.293 ragazzi di Taiwan, il 10.8%
dei quali ha sviluppato la dipendenza dal Web, per di più coloro che sviluppavano dipendenza, hanno poi
iniziato a soffrire di ADHD, con un incremento della loro ostilità verso il
prossimo.
Approfondendo i dati, si scopre che i ragazzi sono più inclini a sviluppare la
dipendenza rispetto alle ragazze, queste ultime, però, hanno livelli più alti
di depressione e maggiori paure delle relazioni sociali una volta sviluppata la
dipendenza da Internet.
Fino ad oggi la dipendenza da Internet non è stata considerata ufficialmente un
disordine mentale, ma potrebbe, nel 2012, comparire nel Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disordini Mentali, una volta che i ricercatori abbiano scoperto
altre conseguenze negative e ne abbiano stilato i criteri per l’individuazione
ufficiale del disturbo.
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tratto
dal sito: Fanoinforma.it
“Amo la libertà” è il titolo di un progetto di integrazione fra le
diverse forze del territorio per un intervento di prevenzione primaria dei
comportamenti a rischio di dipendenza negli adolescenti e nei giovani messo in
campo dal Servizio tossicodipendenze della Zona 3 di Fano-Fossombrone, la Zona
Asur Marche, l’Ambito Sociale n.6 di Fano e l’assessorato ai Servizi Educativi
del comune di Fano.
La finalità del progetto è quella di costituire un
equipe multidisciplinare composta da diverse professionalità che, a vario
titolo, sono in contatto con situazioni di adolescenza a rischio. Il progetto,
finanziato dall’Assessorato ai Servizi Sociali della Regione Marche e approvato
dall’Asur Marche, ha come contenuto prioritario la necessità di aggregare quante
più forze istituzionali del territorio per far fronte, in termini di prevenzione
primaria, ai temi della devianza giovanile.
Dal gruppo di lavoro
emergerà una linea di intervento comune sul target giovanile. Gli incontri si
terranno nella sede del Servizio Territoriale Dipendenze Patologiche di Fano
situato in via Roma 108 nelle seguenti date:
Giovedì 1 ottobre dalle ore 16.30 alle 18.30
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tratto
dal sito: Giornalettismo.com
La
dipendenza dalla tecnologia e, in particolare, dalla rete delle reti, è ormai
molto più che un espediente giornalistico per riempire spazi in tempi di
carenza di notizie. Il cosiddetto “IAD”,
acronimo che sta per “Internet
Addiction Disorder” (termine introdotto per la prima volta dal
dottor Ivan Goldberg nel
1995), è infatti un disturbo da discontrollo degli impulsi riconosciuto dalla
comunità scientifica e oggetto di ampia letteratura in campo psichiatrico, che
non ha nulla da invidiare al gioco d’azzardo patologico, e che colpisce
numerosi individui in tutto il mondo – ne siano essi consapevoli o meno.
Come
riportato in questi giorni dalla testata statunitense The
Business Insider, nella sua sezione dedicata a Silicon Valley, sta
per aprire il primo centro in America
dedicato alla battaglia a questo disturbo. Nella ridente
località di Fall City,
poco distante dalla piovosa Seattle
(e dal quartier generale della Microsoft) nello Stato di Washington,
si trova infatti il “reSTART” – termine che, utilizzato ampiamente nel
linguaggio informatico e videoludico, significa infatti “ricominciare”. Un
centro dotato di sei posti letto che, sul proprio sito web, elenca i vari
sintomi della dipendenza da internet e dai videogame, come ad esempio crescenti
periodi di tempo passati di fronte al computer e alle prese con attività della
rete, nonché cambiamenti fisici quali perdita o acquisto di peso, dolori alla
schiena, mal di testa, sindrome del tunnel carpale (ovvero tendinite del polso,
qualcosa di simile alla celeberrima “Nintendinite” dovuta ai joypad Nintendo
degli anni ‘80).
Il centro reSTART offre un
programma di 45 giorni, al costo poco accessibile di 14.500 dollari, i quali
peraltro non sono coperti dall’assicurazione sanitaria. Nonostante il prezzo
elevato, secondo quanto raccontato dal canale NorthWest Cable News i risultati
del trattamento sembrano essere concreti: il primo paziente del centro contro
la dipendenza da internet, Ben
Alexander, si è rivolto a reSTART poiché “drogato” del
videogioco World of Warcraft (prodotto protagonista dell’esilarante episodio
“Make Love, not Warcraft” di South
Park e che, a detta di scienziati svedesi, dà assuefazione non
meno della cocaina). Prima di essere rapito dal videogame, Ben era interessato
alla biologia e agli animali. Presso il centro di Fall City, il
ragazzo si prende cura di galline, polli, caprette e altre bestie presenti
presso l’istituto di riabilitazione. Un costoso ritorno al contatto con la
natura e con il mondo reale. Sempre che, ad attendere Ben a casa, non vi sia un
pc acceso e pronto per l’uso.
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tratto
dal sito: Psicologoinfamiglia.myblog.it
E’possibile dipendere da una
persona come se questa fosse una droga? La risposta è si. Infatti, quando
l'amore si trasforma in un ossessione che travolge e fa soffrire, non parliamo
più di amore ma di “dipendenza affettiva”. La love addiction
- come la chiamano gli anglosassoni – altro non è che una patologia del
sentimento e del comportamento amoroso e, nel mondo contemporaneo, è sempre più
diffusa.
E’ assolutamente normale che in
una relazione, in particolare durante la fase dell'innamoramento, ci sia un
certo grado di dipendenza e fusione ma questo desiderio, con lo stabilizzarsi del rapporto, tende a
diminuire. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura
inalterato nel tempo ed si tende continuamente ed esasperatamente a "fondersi nell'altro".
Volendo tracciare il profilo
psicologico del dipendente affettivo potremmo dire che è una persona che non si
sente libera di amare un altra persona per quella che è veramente e, nello
stesso tempo, non è in grado di farsi amare per quella che è la sua vera
natura; sostanzialmente il dipendente sta insieme all'altra persona per colmare
le proprie paure, i propri bisogni. e non riesce a godere dei veri e propri
aspetti positivi dei rapporti umani, obnubilato dalla possessività,
dall'ansia di separazione e dalla paura per un possibile abbandono.
In questi soggetti si può
sviluppare nel tempo un vero e proprio quadro psicopatologico contraddistinto
da depressione, ansia generalizzata, disturbi del sonno, irritabilità, problemi
alimentari, ossessioni e compulsioni.
Chi è afflitto da dipendenza
Affettiva soffoca sul nascere ogni suo interesse, desiderio, amicizia, rapporto
con altre persone e familiari, così come restringe al minimo gli impegni
lavorativi fino a trascurare e a manomettere tutto ciò. Da un punto di vista
comportamentale il dipendente infatti dedica completamente tutto sé stesso
all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il benessere del partner e non
anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione "sana".
In colui che è affetto da
dipendenza relazionale il partner assume spesso il ruolo di un salvatore, di un
“eroe”, che diviene lo scopo unico
dell’esistenza, e la cui assenza anche temporanea da al soggetto la sensazione
di “non esistere” (DuPont, 1998).
Un rapporto che genera dipendenza
è una condizione che intorpidisce mentalmente la persona e la rende incapace di
esprimere i propri sentimenti minacciando gravemente la salute e il benessere
psicologico.
La scarsa autostima è il punto di
partenza della dipendenza affettiva e solitamente è il retaggio di
difficoltà vissute nell’infanzia: esperienze di abbandono, violenze fisiche e
psichiche, maltrattamenti e soprusi emotivi lasciano un segno doloroso nella
mente del bambino che, una volta raggiunta l’età adulta, collocherà la propria
autostima all’esterno, nelle relazioni. Ciò significa che avremo individui
estremamente dipendenti dal giudizio e dalle valutazioni altrui al fine di
stare bene con se stessi e che cercheranno disperatamente qualcuno in grado di dar loro quel senso di autostima che manca. Tutte queste
persone diventeranno dunque “ostaggi” nelle mani di chiunque dimostrerà loro
approvazione o affetto.
Riepilogando i principali sintomi
della dipendenza affettiva sono:
- Paura di perdere l'amore, dell'abbandono, della separazione
- Paura della solitudine e della
distanza
- Paura di mostrarsi per quello
che si è
- Paura di amare l'altro per
quello che è
- Senso di colpa
- Senso d'inferiorità nei
confronti del partner
- Gelosia e possessività
- Rabbia
Alla luce di questo quadro non
stupisce che questo tipo di personalità dipendente scelga partner
"problematici", portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza
(droghe, alcol, gioco d'azzardo, ecc...). Ciò sempre al fine di negare i propri
bisogni, perchè l'altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un'aiuto
"malato" in cui si diventa "codipendenti", anzi si rafforza
la dipendenza dell'altro, perchè possa essere sempre "nostro"
Il dipendente affettivo vive
dunque una vita fatta di tante complesse "trappole emotive" che lo
conduce a sofferenza e infelicità. Nel momento in cui il disagio e la
sofferenza diventano troppo pesanti, tanto da compromettere seriamente la vita
quotidiana, è bene rivolgersi ad uno psicologo che aiuterà l'individuo a
prendere maggior consapevolezza della propria situazione e a guardare in
faccia alle proprie fragilità e bisogni insoddisfatti al fine di riprendere in
mano le redini della propria esistenza e gettare le basi per la
costruzione di una più sana e funzionale modalità d'amare.
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tratto
dal sito: Corriere.it
Caro
Beppe, la dipendenza da cellulare fa parte di una nuova categoria, quella delle
dipendenze senza sostanza: sono comportamenti e relazioni problematiche, che si
mostrano in relazione con gli oggetti, le attività, gli stili di vita, tutti
nuovi bisogni indotti dalla nostra società. L'uso del telefonino sta diventando
sempre più eccessivo: è ormai il mezzo privilegiato per comunicare e avere
contatti con il prossimo e dimostra anche una incapacità a mantenere momenti di
assenza di comunicazione. Si registrano sempre più frequenti i casi di ansia,
se il telefonino è scarico o non ha segnale. Quindi un disturbo che viene
vissuto «fisicamente», sulla propria pelle. E questa dipendenza senza sostanza
è molto pericolosa, perché meno riconoscibile, e meno consolidata nel quadro
diagnostico. Ma il guaio è che rappresenta sempre di più la normalità. La sua
dipendenza porta disturbo del controllo degli impulsi. Il telefonino impone una
distanza fisica dall'altro, manca l'incontro faccia a faccia. Facendo mancare tutta
una serie di importanti stimoli: visivi, olfattivi, tattili. Ormai con l'sms si
litiga, si corteggia, lo si usa per tutto, creando un isolamento in cui vengono
a mancare gli scambi relazionali. E in questa difficoltà non si cura la
fantasia, non c'è crescita, perché ci si ritira dal mondo. E anche i genitori
non vivono la fase del distacco: con il cellulare i figli sono sotto controllo,
si può intervenire per chiedere dove sono, cosa fanno, placano le loro ansie
con un semplice messaggio. L'uso del telefonino è in alcuni casi un
antidepressivo o ansiolitico multimediale. Lo si usa per combattere il cattivo
umore. Ma ormai ha invaso la nostra vita: si telefona mentre si mangia, si
lavora, si guida. Così non ci si concentra né su ciò che si fa, né sulla telefonata,
che rimane una comunicazione incompleta.
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tratto
dal sito: Riviera24.it
Due psicologhe di Sanremo e un Consulente Informatico hanno dato vita all'
Osservatorio sulle Nuove Dipendenze: dipendenza da Internet, Dipendenza
affettiva, Stalking, Smart Drugs... questi sono solo alcuni degli argomenti
trattati nel sito.
L’Osservatorio sulle Nuove Dipendenze nasce dall’idea di un gruppo
di Psicologi, Sociologi, Esperti di Informatica e altro che si occupano in vario
modo di problematiche legate alle nuove dipendenze (Internet addiction,
pedo-pornografia, stalking, lavoro, gioco, ecc..) di CREARE UN PUNTO DI
RIFERIMENTO TRASVERSALE con funzioni di coordinamento e programmazione su scala
nazionale.
Scopo dell’Osservatorio è appunto quello di RACCOGLIERE E
DIVULGARE INFORMAZIONI INERENTI LE NUOVE DIPENDENZE PATOLOGICHE ed i fenomeni ad
esse correlati sia verso gli utenti che verso gli addetti ai lavori. I
principali strumenti utilizzati sono: la rassegna stampa, la realizzazione di
incontri, seminari e workshop, ma anche mailing list e forum. All’interno
dell’Osservatorio è dedicata un’ampia pagina al fenomeno dello “STALKING” sia
dal punto di vista giuridico-legale che di intervento (SOS Stalking e forum).
L’Osservatorio si propone inoltre di promuovere ed attuare attività di studio e
di ricerca in ambito clinico e sociale, valutare e supervisionare iniziative
inerenti le nuove dipendenze.
I membri del Comitato di Esperti sono
disponibili a RISPONDERE, in via pubblica o privata, ad ogni quesito, dubbio o
suggestione in merito a problematiche legate alle nuove dipendenze.
L’Osservatorio svolge anche un'importante funzione di coordinamento e raccolta
di numerosi professionisti selezionati presenti su tutto il territorio NAZIONALE
indicandone la sede di lavoro e favorendone l’individuazione e il primo contatto
attraverso la google map. Collabora inoltre con altre Organizzazioni impegnate
in finalità analoghe.
www.osservatorionuovedipendenze.org
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tratto
dal sito: Ecplanet.com
Non mi sono mai posta il problema della dipendenza da caffeina. Fra l'altro
il caffè per me non è “un piacere”: lo bevo e basta. A colazione trangugio una
moka da sei con il marito - spesso fatta la sera prima perché di mattina non
connetto e rischio di far danni in cucina – dove la tazza più abbondante (mista
a latte) è sempre la mia. A metà mattina c'è il macchiato in ufficio... dopo
pranzo vado ancora di moka, per contrastare l'abbiocco catatonico del dopo
pasto... e se la sera “tiro tardi”, spesso, alle cinque del pomeriggio si
replica.
Secondo voi sono troppi? A quanto dicono le statistiche potrei rischiare il
trauma da dipendenza: irritabilità, agitazione, sonno disturbato - capirai, con
la fibromialgia non ci faccio nemmeno più caso - vampate e palpitazioni
cardiache. Senza contare poi il feroce mal di testa da astinenza.
Ma il caffè è davvero una droga? C'è chi dice sì, chi no. Ma nell'eventualità
sono corsa ai ripari. Non amo le dipendenze, mi piace decidere in prima persona.
Nel 2002 ho smesso di fumare. Così, di brutto. L'ho deciso la notte di Capodanno
come proposito per l'anno nuovo. Veramente anche mio marito aveva fatto la
promessa ma poi non l'ha mantenuta! Invece la sottoscritta è stata ligia al
dovere. Da quel giorno nonostante fumassi “roba buona” - Davidoff, per
intenderci, tabacco biondo aromatico. Si, insomma, bombe! - non ho più toccato
una sigaretta.
E così, da una settimana ho calato la dose. La moka della colazione è
diventata "acqua sporca" con latte e poi... solo uno strappo con l'espresso di
metà mattina. Successo qualcosa? Il nulla. Niet! Nessun mal di testa, nessun
effetto collaterale. Ne sono uscita illesa. Prossima tappa? Eliminarlo del
tutto.
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tratto
dal sito: Salute24.ilsole24ore.com
Mal di testa, affaticamento, irritabilità e
calo dell`attenzione: è “sindrome di astinenza da caffeina”?
Alla domanda di chi proprio non riesce a rinunciare a caffè e cappuccino
risponde una ricerca americana dell`University of Vermont College of Medicine, i
cui risultati sono stati pubblicati su
Psychopharmacology.
La ricerca - Gli
scienziati si sono serviti di un test a doppio cieco condotto su due gruppi di
pazienti: alcuni hanno assunto un placebo, altri la loro
razione quotidiana di caffeina. I ricercatori hanno quindi analizzato la
reazione dei partecipanti al test tenendo conto della risposta a tre differenti
esami: l`attività cerebrale è stata misurata con
l`elettroencefalogramma (Ecg), il flusso ematico nel cervello
tramite gli ultrasuoni e gli effetti soggettivi grazie ad un
questionario.
Senza caffeina: più "sangue al
cervello" - Ebbene sì, l`astinenza da caffeina esiste: il mal di
testa, il senso di sonnolenza e stanchezza, accusati da chi smette di prendere
caffè ne sono un effetto fisiologico. Gli esami hanno rilevato
infatti un aumento della velocità di scorrimento del sangue al
cervello e del ritmo theta nell`Ecg: la brusca interruzione del consumo
di caffeina causa ipersensibilità alla adenosina che a sua volta è collegata alle
cefalee e all`affaticamento.
Espresso mon amour: quando si
chiama assuefazione - Non solo un test sull`astinenza, inoltre, ma
anche una ricerca che permette di mettere a confronto la
somministrazione cronica di caffeina e quella di un placebo. “A
dispetto di quello che gli amanti del caffè vorrebbero credere – afferma Stacey
Sigmon, che ha coordinato la ricerca – il nostro studio non ha individuato alcun
effetto benefico, almeno per quanto riguarda i valori esaminati, nel quotidiano
e regolare consumo di caffeina”.
Disintossicarsi dal caffè -
Per chi esagera con espresso e caffeina e vuole “disintossicarsi”,
niente paura: gli effetti collaterali della sindrome di
astinenza – mal di testa, nervosismo, senso di spossatezza – spariscono
nel giro di un paio di giorni e possono essere attenuati diminuendo le
dosi gradualmente.
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tratto
dal sito: Mentelocale.it
Non voglio fare solo un commento all'interessante articolo
di Daniele Miggino apparso su mentelocale.it, ma anche una
ulteriore riflessione sul fenomeno Facebook attraverso un libro
che è stato presentato la settimana scorsa alla libreria del Porto Antico da
Sergio Badino, soggettista e sceneggiatore
genovese.
Il libro in questione è Facebook: domani
smetto di Alessandro Ferrari (Castelvecchi, 2009,
149 pp., 10 Eu). L'autore è un giovane che lavora come sceneggiatore e
fumettista per Disney e Pixar. Anche lui caduto nel
vortice di Facebook. In questo libro analizza attraverso un gruppo di
personaggi il social network per eccellenza.
Secondo Alessandro
Ferrari, Facebook si può paragonare a una droga, e le parole del titolo
sottendono a questa filosofia: domani smetto, come si usa dire per
molte dipendenze. Sì, per l'autore di questo libro, Facebook crea
senz'altro delle dipendenze e insieme allarga le percezioni, svela
molti aspetti sconosciuti di noi: come le droghe anche Facebook ha due facce e
sta a noi esserne consapevoli.
È essenzialmente una vetrina che mette in
mostra chi c'è, quindi non nasconde a differenza di altri mezzi, ma avvicina.
Per questo Ferrari rivela che il bisogno di privacy è
indotto: in verità la voglia di mostrarsi è più forte del
bisogno di riservatezza. Forse c'è da difendersi dai venditori, ma per
il resto? Non bisogna stupirsi: su Facebook la maggioranza delle persone mette
tutto in vista: dati anagrafici, foto, desideri, manie, debolezze, gusti...
una fiera del voyeurismo più sfrenato.
Io ho riscontrato
come questo mezzo faccia venire una particolare febbre a chi si è avvicinato da
poco tempo alla rete e scopre le sue potenzialità. In seconda battuta, poi, crea
dipendenza specialmente a chi ha una scarsa vita sociale e relazionale:
il monitor e la virtualità favoriscono i contatti anche ai più
timidi. Ognuno potrebbe raccontare la sua esperienza in maniera
diversa.
Anche i motivi per cui ci si iscrive a Facebook sono i più vari:
sono per moda, per curiosità, perché ci sono gli amici, per gioco, per
necessità, ecc. Io ad esempio mi sono iscritto dopo i consigli di un amico
pubblicitario, che mi elencava le tante possibilità offerte per raggiungere gli
amici e informarli delle mie varie attività culturali. Bene, mi sono detto.
Proviamo. Inseriti i miei dati nel profilo, ecco il divertimento di fare le
pagine utili per divulgare appuntamenti, pensieri e scritti;
subito dopo comprendi che hai bisogno di creare anche un gruppo, ovvero una
massa di contatti per far conoscere le iniziative, quello che fai... a quel
punto si innesta quella sfilza di richieste di conferme d'amicizia e di
richieste di adesioni a gruppi che non lasciano tregua. È il momento di
rallentare, di dosare la presenza.
Forse è già il
momento di smettere. Ma poi bisogna ricordare che sempre, come tutto,
dipende da come si usano le cose. Allora? Facebook permette anche di
comunicare con discrezione e tramite la ragnatela di amicizie si
possono raggiungere le persone utili per le diverse situazioni. Io ad esempio
sono riuscito a costruirmi, grazie a Facebook, una vacanza in Senegal grazie
alla conoscenza di una dolce signora che gestisce un residence vicino a
Dakar.
Io credo che in fondo niente ci succeda mai per caso, e allora
con Facebook non facciamo altro che allargare le
possibilità di accadimenti utili alla nostra crescita: il senso della
nostra vita.
A proposito, mentre sto scrivendo gli iscritti a Facebook
avranno sicuramente superato la soglia dei 250 milioni. Cosa
aggiungere?
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